L’auto non è più soltanto meccanica: è software, intelligenza artificiale, dati, batterie, cybersecurity e relazione con il cliente. Le opportunità professionali aumentano, mentre imprese e formazione faticano ancora a produrre le competenze necessarie. Per attrarre i più giovani, però, non bastano uno stipendio e un marchio prestigioso: servono percorsi credibili, formazione continua e una nuova cultura del lavoro.
L’automotive non è più quello che immaginiamo
Quando si parla di lavoro nell’automotive, l’immaginario collettivo continua a essere popolato da officine, catene di montaggio e ingegneri meccanici. Una rappresentazione ormai parziale. L’automobile contemporanea è un oggetto connesso, aggiornabile e capace di produrre una quantità crescente di dati. Dietro un nuovo modello non lavorano soltanto progettisti e tecnici, ma software engineer, esperti di batterie, specialisti di intelligenza artificiale, analisti dei dati, professionisti della cybersecurity, designer dell’esperienza digitale e figure capaci di ripensare vendita e assistenza.
È da questa trasformazione che parte l’Osservatorio di Methodos Consulting dedicato alla Generazione Z e alle professioni del settore automotive. Secondo l’analisi, i giovani tra i 18 e i 24 anni non cercano semplicemente un posto di lavoro: vogliono entrare in aziende capaci di offrire formazione, prospettive di crescita e criteri meritocratici. Molti sarebbero inoltre disponibili a trasferirsi in un’altra città o all’estero per un’opportunità coerente con le proprie ambizioni. Tra le figure indicate come maggiormente richieste compaiono meccatronici, software engineer, esperti di mobilità elettrica, tecnici dei sistemi ADAS, data analyst, product specialist, responsabili aftersales e consulenti commerciali con competenze digitali. La fonte è il comunicato Back to School: Generazione Z e le professioni nel mondo automotive, diffuso da Methodos Consulting.
Il limite dell’analisi è l’assenza, nel materiale pubblicato, di indicazioni sul campione e di percentuali dettagliate. Le conclusioni vanno quindi lette soprattutto come una fotografia qualitativa raccolta da una società che opera da oltre trent’anni nella consulenza automotive. Ma la direzione descritta trova conferme importanti in studi più ampi sul mercato del lavoro.
I giovani non hanno meno ambizione: hanno cambiato l’idea di carriera
La ricerca globale Deloitte 2025, condotta su oltre 23.000 appartenenti alla Generazione Z e Millennial in 44 Paesi, racconta una generazione meno interessata alla tradizionale scalata gerarchica, ma non per questo meno ambiziosa. Solo il 6% degli intervistati considera l’arrivo ai vertici aziendali il principale obiettivo professionale. Al contrario, apprendimento e opportunità di crescita figurano tra le ragioni più importanti nella scelta di un datore di lavoro. Il 70% della Gen Z dichiara di sviluppare competenze utili alla carriera almeno una volta alla settimana e l’86% considera importanti mentoring e orientamento. Ancora più significativo: l’88% attribuisce un valore centrale all’apprendimento pratico sul posto di lavoro.
Non è quindi corretto dire che i giovani “non vogliono lavorare”. Più semplicemente, sono meno disposti ad accettare percorsi indefiniti, gerarchie immobili e organizzazioni che chiedono disponibilità senza restituire competenze. Cercano una combinazione tra sicurezza economica, significato e benessere. In Italia il lavoro è considerato una componente importante della propria identità dal 45% della Gen Z, una quota superiore alla media globale del 41%. Il tema non è il rifiuto del lavoro, ma la qualità dello scambio tra persona e impresa.
Per l’automotive questo può rappresentare un vantaggio. Pochi settori consentono oggi di lavorare contemporaneamente su tecnologia, sostenibilità, design, produzione industriale e servizi digitali. Il problema è che questa complessità raramente emerge nella comunicazione delle aziende. Molte continuano a presentarsi attraverso prodotti, performance e storia del marchio, senza mostrare i progetti, le competenze e le persone che rendono possibile l’innovazione.
Dentro l’auto entrano software, AI e cybersecurity
Il cambiamento non riguarda soltanto i veicoli elettrici. La competizione si sta spostando verso sistemi operativi, assistenza alla guida, gestione dell’energia, servizi connessi e capacità di utilizzare i dati generati dall’automobile. Il World Economic Forum inserisce gli specialisti dei veicoli autonomi ed elettrici tra le quindici professioni con la crescita percentuale più rapida prevista entro il 2030. Nella stessa classifica compaiono specialisti di big data, intelligenza artificiale, machine learning e sicurezza informatica.
Nel comparto automotive e aerospaziale, il 71% delle aziende consultate dal World Economic Forum prevede di investire in riqualificazione e aggiornamento delle competenze. Tra le capacità maggiormente richieste emergono AI e big data, alfabetizzazione tecnologica e cybersecurity. È interessante anche un altro dato: il 28% delle imprese del settore pensa di eliminare il requisito formale della laurea per alcune posizioni, adottando selezioni più concentrate sulle competenze effettive.
Questo non significa che l’università stia perdendo valore. Significa che accanto al titolo acquisiscono peso crescente portfolio, esperienze concrete, capacità di lavorare con strumenti digitali e disponibilità ad aggiornarsi. Il professionista automotive del futuro non sarà necessariamente una persona che conosce tutto, ma qualcuno capace di collegare discipline diverse: comprendere la tecnologia, interpretare i dati e tradurli in un prodotto o servizio utilizzabile dalle persone.
Gli ITS Academy e il ritorno della formazione concreta
In questo scenario gli ITS Academy possono diventare una delle porte d’ingresso più efficaci. Il monitoraggio nazionale INDIRE 2026 ha preso in esame 506 percorsi conclusi nel 2024, frequentati da 13.195 studenti. I diplomati sono stati 9.991 e circa l’80% risultava occupato a un anno dal diploma; nel 92,8% dei casi il lavoro era coerente con il percorso seguito.
Sono numeri che ridimensionano l’idea secondo cui soltanto una laurea tradizionale possa condurre a un lavoro qualificato. Per profili come tecnico meccatronico, specialista dei sistemi elettrici, manutentore di veicoli connessi o tecnico ADAS, una formazione costruita insieme alle imprese può ridurre la distanza tra studio e lavoro. Proprio quella distanza che molti giovani percepiscono: il 28% degli appartenenti alla Gen Z coinvolti nello studio Deloitte teme che l’istruzione superiore offra un’esperienza pratica insufficiente.
L’Italia, del resto, non può permettersi di considerare il tema marginale. Secondo ANFIA, l’industria automotive nazionale conta 5.451 imprese, 273.000 addetti alla produzione e 113,3 miliardi di euro di fatturato. Se si comprendono anche i servizi, il settore arriva a circa 1,02 milioni di occupati. La sola componentistica raccoglie 2.134 imprese e 168.000 addetti. Dietro il dibattito sull’automobile elettrica c’è quindi una trasformazione industriale che coinvolge una parte consistente dell’economia italiana.
Il paradosso delle competenze che mancano
Mentre si discute della difficoltà dei giovani a entrare nel mercato del lavoro, le imprese faticano a trovare una parte dei profili necessari. Secondo Unioncamere, nel 2024 le competenze legate al risparmio energetico e alla sostenibilità erano richieste per oltre 4,4 milioni di ingressi programmati, pari all’80,6% del totale. Quando queste competenze sono considerate importanti, la difficoltà di reperimento sale al 49,4%, raggiungendo il 51,5% per i profili nei quali sono richieste a un livello elevato. Tra le professioni maggiormente coinvolte compaiono tecnici meccanici e ingegneri energetici e meccanici.
Esiste quindi un cortocircuito: da una parte giovani che chiedono occasioni per imparare, dall’altra aziende che dichiarano di non trovare competenze. Il collegamento mancante è spesso la disponibilità a formare. Pretendere candidati già perfettamente preparati per lavori che stanno cambiando rapidamente è poco realistico. Le stesse imprese devono diventare luoghi di apprendimento, attraverso academy interne, affiancamento, rotazione tra reparti e mentoring.
La questione diventerà ancora più urgente. ACEA e Adecco prevedono che entro il 2035 il settore automobilistico europeo vedrà aumentare il peso dei ruoli altamente qualificati nell’ingegneria, nell’IT e nel management, mentre elettrificazione e digitalizzazione faranno crescere la domanda di software engineering, tecnologie delle batterie e analisi avanzata dei dati. Nello stesso tempo, l’invecchiamento della forza lavoro continuerà a creare carenze anche nei mestieri tecnici tradizionali.
Anche il concessionario diventa un’azienda tecnologica
La trasformazione non si ferma alla fabbrica. Riguarda concessionarie, assistenza, noleggio, assicurazioni e servizi di mobilità. Un consulente commerciale non deve più conoscere soltanto motorizzazioni, allestimenti e formule finanziarie: deve spiegare ricarica, autonomia, connettività, applicazioni, aggiornamenti software e sistemi di assistenza alla guida. L’aftersales, a sua volta, si sposta progressivamente dalla semplice manutenzione meccanica verso diagnosi elettronica, gestione preventiva dei guasti e relazione digitale con il cliente.
È qui che le competenze tecniche incontrano quelle umane. Il World Economic Forum stima che il 39% delle competenze centrali nel mercato del lavoro cambierà entro il 2030. Accanto ad AI, big data e cybersecurity continueranno però a essere decisive creatività, resilienza, flessibilità, curiosità e apprendimento continuo. In un settore nel quale la tecnologia può risultare complessa o persino intimidatoria, saperla spiegare con empatia diventa una competenza commerciale.
La sfida non è convincere i giovani ad amare le auto
Per decenni l’automotive ha potuto contare su un vantaggio culturale: l’automobile era un simbolo di libertà, indipendenza e successo. Per una parte della Generazione Z non è più necessariamente così. L’auto compete con altri desideri, servizi e forme di mobilità. Cercare di attrarre nuovi talenti facendo leva esclusivamente sulla passione per i motori rischia quindi di parlare a una platea sempre più limitata.
Il settore dovrebbe raccontarsi per ciò che sta diventando: un laboratorio nel quale si incontrano intelligenza artificiale, robotica, energia, software, design, sostenibilità e nuove esperienze di consumo. Ma la comunicazione, da sola, non basta. Dietro un video brillante sui social devono esistere davvero formazione, tutor, possibilità di sperimentare e percorsi leggibili.
La Generazione Z può portare nell’automotive familiarità con il digitale, sensibilità ambientale e un rapporto meno rigido con le carriere. In cambio chiede di capire dove sta andando, cosa può imparare e quale impatto avrà il proprio lavoro. La vera competizione tra aziende automobilistiche, nei prossimi anni, non si giocherà soltanto sull’autonomia delle batterie o sulla potenza dei software. Si giocherà sulla capacità di convincere le persone più giovani e preparate che dentro quella trasformazione esiste un posto credibile anche per loro.


